Svolgendo la
professione di educatore penitenziario, ho potuto sperimentare un modo di
relazionarmi con l’utenza in modo non istituzionale, che mi ha rimandato
sensazioni ed emozioni completamente diverse e altre rispetto a quelle che
sento quando svolgo il mio lavoro. Ed è stata proprio questa constatazione che
mi ha fatto riflettere sulla necessità che il nostro ruolo venga rivalutato e
riutilizzato in modo più congruo ed efficace rispetto ad adesso.
La nostra
professionalità risente della secolarizzazione del ruolo e di come esso sia
diventato a causa della rappresentazione che ne viene fatta e di come è stato
ed è tuttora visto dall’utenza. Sostanzialmente funzionale, rigidamente
utilitaristico.
Vale la pena riportare
qui dei passaggi di un verbale di una riunione di cattegoria avvenuta il
18.12.07 nella quale tutto il disagio di un ruolo mai compreso e valorizzato si
fa sentire tutto.
“Si ripropone l’antica questione del ruolo di
controllo e quindi di potere all’interno degli istituti così come sono vissuti
dall’utenza e dall’amministrazione della quale si sente l’assenza sia livello
politico che solidaristico” Qui si rimarca la poca incidenza che il ruolo
dell’educatore ha all’interno del contesto penitenziario, che tuttalpiù viene
vissuto come elemento intruso e di rottura per gli addetti alla sicurezza e
funzionalmente propedeutico ai benefici di legge per l’utenza. Purtroppo
l’inglobamento all’interno della struttura amministrativa penitenziaria,
l’esseri diretti dipendenti è stato l’errore iniziale, fatale, che non poteva
che portare all’attuale situazione. Il vincolo di dipendenza offre motivo di
ricatto da un lato e di adesione a schemi e regole troppo rigide per un lavoro
che dovrebbe invece avere il crisma dell’autonomia e della creatività. L’essere
poi troppo vicini all’utenza in qualità di “tutor” degli interessi di
quest’ultima crea una paradossale contraddizione; infatti chi dovrebbe
garantire un trattamento umano, costruttivo e raibilitativo al contempo è parte
del corpo istituzionale che la tiene prigioniera.
Sepolti in un
mare di pratiche e di emergenza, si gira a vuoto e si snatura il contenuto
pedagogico e trattamenale del ruolo.
Nella nota
citata si legge “Da sempre gli educatori
soffrono di una diversa opinione dell’ideazione del ruolo che comunque si è
costituito nel divenire storico e ideologico e può a questo punto rivendicare
le caratteristiche professionali per le quali chiediamo con forza un rilancio e
un riconoscimento” il fatto è che proprio dalla mancanza di una radice
professionale comune e astorica nasce il problema della mancata
indentificazione del ruolo. Non è possibile adibire a ruolo professionale di
marcata indole pedagogica e trattamentale, persone che provengono da percorsi
personali e di studio completamente agli antipodi, peraltro è pura illusione
credere che la professionalità si sia potuta costruire nella storicità del
ruolo, perché in realtà per quanti sforzi immaginativi si possano fare e per
quante riflessioni e riunioni si siano fatte, non si è mai riusciti a scorgere
nel concreto una dimensione incidente e autentica di questo ruolo.
E’ di tutta
evidenza che il ruolo dell’educatore nelle carceri nasce solo da un’esigenza fondamentalmente
ideologica e di adesione a correnti di pensiero che negli anni 70 andavano per
la maggiore in tutta europa. C’era da soddisfare la richiesta, più politica,
che realmente sentita a livello popolare, di un cambiamento nell’impostazione
della struttura penitenziaria da afflittiva a rieducativa. Figure storiche
professionali adatti a questo nuovo ruolo non c’erano, al contempo non si
poteva aspettare che si formassero, con il rischio di mancare all’”appuntamento
con la storia” e quindi si pensò di trovare un gruppo eterogeneo di persone che
avessero il coraggio e la voglia di lavorare in strutture totali e adattarle
alla meno peggio, con brevi corsi e tirocini formativi, e lanciarli nella
mischia, non senza però assumerne il controllo mettendole alle proprie
dipendenze. E poter così dire, alla fine di fonte al mondo “noi l’abbiamo
fatto!”.
“Oggi che ci sentiamo sempre piò ostaggio (!)
di un processo di sicurizzazione (!) della pena, manifestiamo tutto il nostro
disagio e perché no il senso di paura che è collegato direttamente con il
nostro isolamento” più avanti “
chiederemmo un maggiore riconoscimeto del ruolo e della specificità
professionale per consentire l’applicazione del disposto legislativo e
costituzionale realtivo alla pena come strumento di riabilitazione e di
afflizione”
Qui è eclatante
l’abbaglio, con si fa a non vedere che una struttura che difende i suoi modelli
le sue regole e le sue mire politiche, non può pretendere di “cambiare” le
coscienze e trasformare la ribellione in adesione proprio a quei modelli e a
quelle regole che non sono condivise dai “ribelli”?
La legge che
punisce, punisce e basta, solo un’alternativa che non provenga dalla stessa
struttura che la irrora può avere margini di operatività e di successo. Sembra,
ed è francamente assurdo, che al contempo il ruolo di educatore debba sostenere
la funzione di sicurezza sociale e al contempo di rieducazione a nuovi modelli
di vita.
Solo un
intervento “liberato” dal peso istituzionale e reso più autonomo e sganciato
dal contesto può diventare realmente incisivo. Un barlume di questa idea è
percepibile nel passo seguente “gli
educatori ritengono importante trovare e ritrovare un dialogo con le altre
figure intramurarie (psicologi, assistenti sociali, ecc.) e con altre che sul
territorio possono avere affinità e conguità con il proprio mandato; insomma
gli educatori credono che sia venuto il momento di USCIRE DALLA GALERA PER DENUNCIARNE
LE CARENZE E PER RIAPPROPIARSI DI UN RUOLO ATTIVO”
L’incisività non può però diventare una
caratteristica del ruolo finchè ci si orienta verso richieste del tipo “essere inseriti nel comparto sicurezza”
o sperare in aiuti esterni “supporto e
tutela da parte delle OO.SS.”; o “ipotesi di adesione agli EE.LL”. ecc.
Alla luce di
quest’anno di esperienza in un “ruolo” differente, non istituzionale, ma con in
me il bagaglio storico del ruolo di educatore, posso azzardare l’ipotesi che la
soluzione potrebbe essere individuata nell’utilizzo di iniziative integrative,
iniziative che esulano dal contesto strettamente rieducativo in senso
istituzionale, senza quindi riproporre pseudo modelli di comportamento e di
vita che sono state quasi sempre la causa del comportamento anomico.
Per cui se
proprio non si vuole creare delle vere e proprie alternative, quantomeno
mettere le persone nelle condizioni di “vedere” e “sentire” la vita in modo
nuovo e diverso, attraverso un percorso interiore che li porti ad assumere una
maggiore consapevolezza e ritrovare il senso più profondo di se stessi. E’ in
questi spazi che si intravedono della alternative veramente tali, la
sensibilità, la creatività, le capacità introspettive e di autoanalisi che
possono essere prese come chiavi di apertura di nuovi spazi e sperimentazioni
di se anche in contesti già sperimentati e vissuti, ma percepiti ora in modo
diverso e da diversa angolazione. Solo in questo modo è forse possibile che la
ribellione si reincarnali in percorsi costruttivi.
Per far ciò
non si può non individuare una professionalità nuova e orientata in questo
senso, perché appare molto problematica un’integrazione nella “professionalità
storica” dell’attuale figura di educatore, a meno di un percorso individuale di
cosapevolezza e di lavoro su se stessi che non può che essere, per molteplici
cause, individuali e sociali, appannaggio di pochi.



