lunedì 14 maggio 2012

Una professionalità nuova o da reinventare? - Articolo scritto il 21.1.09


Svolgendo la professione di educatore penitenziario, ho potuto sperimentare un modo di relazionarmi con l’utenza in modo non istituzionale, che mi ha rimandato sensazioni ed emozioni completamente diverse e altre rispetto a quelle che sento quando svolgo il mio lavoro. Ed è stata proprio questa constatazione che mi ha fatto riflettere sulla necessità che il nostro ruolo venga rivalutato e riutilizzato in modo più congruo ed efficace rispetto ad adesso.
La nostra professionalità risente della secolarizzazione del ruolo e di come esso sia diventato a causa della rappresentazione che ne viene fatta e di come è stato ed è tuttora visto dall’utenza. Sostanzialmente funzionale, rigidamente utilitaristico.
Vale la pena riportare qui dei passaggi di un verbale di una riunione di cattegoria avvenuta il 18.12.07 nella quale tutto il disagio di un ruolo mai compreso e valorizzato si fa sentire tutto.
“Si ripropone l’antica questione del ruolo di controllo e quindi di potere all’interno degli istituti così come sono vissuti dall’utenza e dall’amministrazione della quale si sente l’assenza sia livello politico che solidaristico” Qui si rimarca la poca incidenza che il ruolo dell’educatore ha all’interno del contesto penitenziario, che tuttalpiù viene vissuto come elemento intruso e di rottura per gli addetti alla sicurezza e funzionalmente propedeutico ai benefici di legge per l’utenza. Purtroppo l’inglobamento all’interno della struttura amministrativa penitenziaria, l’esseri diretti dipendenti è stato l’errore iniziale, fatale, che non poteva che portare all’attuale situazione. Il vincolo di dipendenza offre motivo di ricatto da un lato e di adesione a schemi e regole troppo rigide per un lavoro che dovrebbe invece avere il crisma dell’autonomia e della creatività. L’essere poi troppo vicini all’utenza in qualità di “tutor” degli interessi di quest’ultima crea una paradossale contraddizione; infatti chi dovrebbe garantire un trattamento umano, costruttivo e raibilitativo al contempo è parte del corpo istituzionale che la tiene prigioniera.
Sepolti in un mare di pratiche e di emergenza, si gira a vuoto e si snatura il contenuto pedagogico e trattamenale del ruolo.
Nella nota citata si legge “Da sempre gli educatori soffrono di una diversa opinione dell’ideazione del ruolo che comunque si è costituito nel divenire storico e ideologico e può a questo punto rivendicare le caratteristiche professionali per le quali chiediamo con forza un rilancio e un riconoscimento” il fatto è che proprio dalla mancanza di una radice professionale comune e astorica nasce il problema della mancata indentificazione del ruolo. Non è possibile adibire a ruolo professionale di marcata indole pedagogica e trattamentale, persone che provengono da percorsi personali e di studio completamente agli antipodi, peraltro è pura illusione credere che la professionalità si sia potuta costruire nella storicità del ruolo, perché in realtà per quanti sforzi immaginativi si possano fare e per quante riflessioni e riunioni si siano fatte, non si è mai riusciti a scorgere nel concreto una dimensione incidente e autentica di questo ruolo.
E’ di tutta evidenza che il ruolo dell’educatore nelle carceri nasce solo da un’esigenza fondamentalmente ideologica e di adesione a correnti di pensiero che negli anni 70 andavano per la maggiore in tutta europa. C’era da soddisfare la richiesta, più politica, che realmente sentita a livello popolare, di un cambiamento nell’impostazione della struttura penitenziaria da afflittiva a rieducativa. Figure storiche professionali adatti a questo nuovo ruolo non c’erano, al contempo non si poteva aspettare che si formassero, con il rischio di mancare all’”appuntamento con la storia” e quindi si pensò di trovare un gruppo eterogeneo di persone che avessero il coraggio e la voglia di lavorare in strutture totali e adattarle alla meno peggio, con brevi corsi e tirocini formativi, e lanciarli nella mischia, non senza però assumerne il controllo mettendole alle proprie dipendenze. E poter così dire, alla fine di fonte al mondo “noi l’abbiamo fatto!”.
“Oggi che ci sentiamo sempre piò ostaggio (!) di un processo di sicurizzazione (!) della pena, manifestiamo tutto il nostro disagio e perché no il senso di paura che è collegato direttamente con il nostro isolamento”  più avanti “ chiederemmo un maggiore riconoscimeto del ruolo e della specificità professionale per consentire l’applicazione del disposto legislativo e costituzionale realtivo alla pena come strumento di riabilitazione e di afflizione”
Qui è eclatante l’abbaglio, con si fa a non vedere che una struttura che difende i suoi modelli le sue regole e le sue mire politiche, non può pretendere di “cambiare” le coscienze e trasformare la ribellione in adesione proprio a quei modelli e a quelle regole che non sono condivise dai “ribelli”?
La legge che punisce, punisce e basta, solo un’alternativa che non provenga dalla stessa struttura che la irrora può avere margini di operatività e di successo. Sembra, ed è francamente assurdo, che al contempo il ruolo di educatore debba sostenere la funzione di sicurezza sociale e al contempo di rieducazione a nuovi modelli di vita.
Solo un intervento “liberato” dal peso istituzionale e reso più autonomo e sganciato dal contesto può diventare realmente incisivo. Un barlume di questa idea è percepibile nel passo seguente “gli educatori ritengono importante trovare e ritrovare un dialogo con le altre figure intramurarie (psicologi, assistenti sociali, ecc.) e con altre che sul territorio possono avere affinità e conguità con il proprio mandato; insomma gli educatori credono che sia venuto il momento di USCIRE DALLA GALERA PER DENUNCIARNE LE CARENZE E PER RIAPPROPIARSI DI UN RUOLO ATTIVO”
 L’incisività non può però diventare una caratteristica del ruolo finchè ci si orienta verso richieste del tipo “essere inseriti nel comparto sicurezza” o sperare in aiuti esterni “supporto e tutela da parte delle OO.SS.”; o “ipotesi di adesione agli EE.LL”. ecc.
Alla luce di quest’anno di esperienza in un “ruolo” differente, non istituzionale, ma con in me il bagaglio storico del ruolo di educatore, posso azzardare l’ipotesi che la soluzione potrebbe essere individuata nell’utilizzo di iniziative integrative, iniziative che esulano dal contesto strettamente rieducativo in senso istituzionale, senza quindi riproporre pseudo modelli di comportamento e di vita che sono state quasi sempre la causa del comportamento anomico.
Per cui se proprio non si vuole creare delle vere e proprie alternative, quantomeno mettere le persone nelle condizioni di “vedere” e “sentire” la vita in modo nuovo e diverso, attraverso un percorso interiore che li porti ad assumere una maggiore consapevolezza e ritrovare il senso più profondo di se stessi. E’ in questi spazi che si intravedono della alternative veramente tali, la sensibilità, la creatività, le capacità introspettive e di autoanalisi che possono essere prese come chiavi di apertura di nuovi spazi e sperimentazioni di se anche in contesti già sperimentati e vissuti, ma percepiti ora in modo diverso e da diversa angolazione. Solo in questo modo è forse possibile che la ribellione si reincarnali in percorsi costruttivi.
Per far ciò non si può non individuare una professionalità nuova e orientata in questo senso, perché appare molto problematica un’integrazione nella “professionalità storica” dell’attuale figura di educatore, a meno di un percorso individuale di cosapevolezza e di lavoro su se stessi che non può che essere, per molteplici cause, individuali e sociali, appannaggio di pochi.

Visita al Museo Archeologico di Firenze - 26.3.12


Quando quest’idea è nata sembrava forse troppo audace, accompagnare alcuni detenuti che frequentano il corso di Storia dell’Arte a visitare il Museo Archelogico di Firenze. Una sorte di lezione pratica, sul campo per così dire. A rendere più complicata la cosa, l’appartenenenza dei detenuti stessi al circuito protetto.
            L’iniziativa era già nell’aria da tempo e il fatto che alcuni degli studenti fossero anche “permessanti”, nel senso che fruivano da tempo di permessi premio, ha consentito di concretizzarla.
            L’insegnante di Storia dell’Arte per realizzare questa visita ha contattato i responsabili del Museo Archeologico di Firenze, che conosce personalmente, l’idea ha trovato subito adesione e partecipazione.
            Nel giro di poco meno di un mese erano pronte tutte le pratiche  e le autorizzazioni del caso. La data della visita, fissata al 26.3.12, è stata quindi rispettata. C’era una comprensibile tensione negli operatori che dovevano accompagnare gli studenti nella visita. Alle 8,30 si era tutti pronti, le ultime raccomandazione e telefonate di cordinamento con il Museo.
            Alle 8,45 sono pronti anche i detentuti, li vediamo avviarsi all’uscita attraverso il cancello principale, noi usciamo da un’altra parte e ci ritroviamo fuori tutti insieme. Le sensazioni dirette sono come al solito assolutamente diverse da quelle che si immaginano e così è stato quando ci siamo salutati con i prescelti, fuori dal contesto carcerario i rapporti diventano subito più naturali e umani. Sembrava di essere ad una gita tra amici, non c’è stato imbarazzo nè impaccio da parte dei detenuti che anzi si sono subito adeguati al programma che avevamo previsto.
            Si decide si prendere il bus al capolinea che dista circa sei settecento metri dall’ingresso dell’Istituto. Lungo la strada rompiamo il ghiaccio scambiando due parole con tutti a turno senza trascurare nessuno, c’è eccitazione, si scherza e si parla di cose serie tutto in perfetta armonia e con una fluidità naturale che un po’ sorprende.
            Non dobbiamo aspettare molto, il bus arriva di lì poco, breve anche la sosta un 5 minuti poi si parte, dopo circa 20 minuti si scende per prendere la tranvia che ci porterà alla Stazione Ferroviaria. Mano a mano che ci avviciniamo alla meta c’è sempre più animazione più di una volta ci si ferma indecisi sulla direzione da prendere, si attraversa il mercato di S.Lorenzo e puntualmente alle 10,00 siamo davanti al Museo che per inciso, apre apposta per noi perché è lunedì giornata di chiusura.
            Qui va rimarcata la disponibilità e la collaborazione encomiabili degli operatori del Museo, che hanno dedicato un’attenzione e una cura per il gruppo durante tutta la visita che è durata circa due ore, ed è stata polarizzata al mondo etrusco. La funzionaria responsabile del Museo, ci ha fatto da guida, coadiuvata da altri operatori che di volta in volta si davano il cambio. I detenuti studenti hanno seguito con interesse e attenzione tutto quanto veniva loro mostrato e spiegato. Hanno fatto domande e commenti un po’ su tutto.
            E’ stato interessante per noi operatori notare i differenti atteggiamenti degli studenti a seconda delle situazioni legate al contesto carcerario, c’èra qualcuno un po’ più teso e inquieto di altri perché l’indomani si decidevano le loro richieste di benefici alternativi alla detenzione, altri invece un po’ spaesati e storditi perché erano ancora ai loro primi permessi e quindi non ancora abituati nuovamente agli spazi ampi e alla confusione cittadina. Tutti comuque hanno dato dimostrazione di grande responsabilità e correttezza attenendosi alle disposizioni e seguendo il programma stabilito.
            Al termine della visita, interessante anche per lo scrivente che non aveva avuto ancora occasione di visitare questo Museo, erano tutti molto contenti e soddisfatti, calorosi i saluti e i ringraziamenti scambiati con gli operatori del Museo che hanno dichiarato la propria disponibilità a ripetere l’esperienza con le stesse modalità senza problemi.
            Sulla via del ritorno verso la Stazione, gran parte dei partecipanti incontra i familiari per trascorrere con loro le poche ore che rimanevano al rientro. Li affidiamo a loro con la solita raccomandazione di essere puntuali al rientro e di attenersi alle disposizioni.
            Anche noi operatori prendiamo la via del ritorno, due di noi ritornano in Istituto, io per terminare l’orario di servizio, l’altra per riprendere l’auto e tornare a casa.
            Ci diciamo che l’esperienza è stata bella, riuscita, e piena di sensazioni varie e forti. Un successo per dirla in breve, e ci ripromettiamo di bissare l’iniziativa se non a breve quanto meno alla ripresa dell’anno scolastico.
            Agli studenti verrà detto di scrivere un breve resoconto dell’esperienza fatta che invieremo come ringraziamento e omaggio unitamene a quelli di questa Direzione ai reponsabili del Museo.

mercoledì 9 maggio 2012

8.6.2011 - Il Punto su Detenzione e Meditazione


A distanza di quasi un anno dalla prima volta in cui si è parlato di meditazione in carcere, è l’ora di fare un po’ il punto della situazione.

Il convegno ventilato nella primavera di quest’anno non ha trovato seguito per il susseguirsi di varie vicissitudini di chi doveva organizzarlo, per l’incalzare di nuovi e diversi eventi e soprattutto si è arrivati alla conclusione che più che far chiacchiere e riunioni è molto più costruttivo agire e promuovere iniziative.

Ed è quello che in questi mesi è stato fatto, in sordina, non senza difficoltà, molto spesso ignorati dagli organi superiori. Siamo riusciti a tessere una rete di collegamento con le associazioni e i colleghi dei vari Istituti della Toscana chiedendo ai primi di illustrarmi le loro iniziative e ai secondi di monitorare quello che veniva fatto nelle rispettive strutture.

I riscontri al momento sono questi:

Sollicciano – Firenze: Progetto Yoga, promosso dall’Accademia di Ayurveda di Firenze nel gennaio 2011 e condotto da tre operatori fino al marzo 2011. Da quel momento è subentrato nel progetto l’Associazione Druma Yoga che ha assicurato sedute settimanali fino ad oggi e che coprirà nei limiti delle disponibilità degli operatori tutto il periodo estivo. In pratica è stato istituito un punto fisso di pratica yoga all’interno della sezione per tossicodipendenti a trattamento avanzato. L’idea è quella di allargare, a partire da ottobre, quest’attività anche agli altri settori dell’Istituto, compreso quello femminile. La frequenza dello yoga che si svolge tutti i martedì, è sulla media di sei sette detenuti a incontro. Sempre per la sezione tossici prosegue anche se con minor seguito l’iniziativa “Incontri di ascolto interiore con l’uso del colore” un lavoro sui chakra con meditazioni guidate e visualizzazioni; anche questo inziato nel gennaio di quest’anno, qui la frequenza varia molto si va da 4 a una persona a seconda dei casi. Altra iniziativa che sta trovando largo seguito è quella promossa a partire dal novembre 2010 dall’Istituto Buddista Italiano Soka Gakkai sede di Firenze con una serie di incontri a carattere religioso con tutti i detenuti che ne fanno formale richiesta. Attualmente ci sono 5 gruppi: il più numeroso è quello che si è formato nella sezione protetta, gli altri 4 sono distribuiti in tutti gli altri settori, penale, giudiziario, centro clinico, femminile, in totale sono coinvolti 35 detenuti circa. Da segnalare che da circa due mesi viene distribuita all’interno delle sezioni di tutti i reparti, la rivista Oshotime grazie al contributo finanziario dell’AVP Associazione Volontariato Penitenziario. Il passo successivo vorrebbe essere quello di introdurre la meditazione attiva e per questo stiamo cercando un meditatore che possa svolgere al meglio questo compito. C’è infine un progetto di counselling di gruppo per detenuti “Percorso di consapevolezza personale”, rivolta alla sezione protetta e che trova il suo spazio realizzativo all’interno delle scuole, questa inziativa si prefigge di favorire e migliorare l’auto-coscienza; identificare le proprie potenzialità; migliorare le proprie relazioni; recuperare un’immagine positiva di sé; aumentare la cosapevolezza di sé (sul piano cognitivo ed esperenziale); condivisione di preoccupazioni, sentimenti, esperienze.

Casa di Reclusione di Massa: Corsi di meditazione zen, tibetana e pratica di qi gong, nell’ambito del “Progetto Liberazione nella Prigione”, promosso dal Centro Buddista Tibetano “Lama Tzong Khapa” di Pomaia.

Casa di Reclusione di Gorgona: Corsi di meditazione zen, tibetana e pratica qi gong, nell’ambito del “Progetto Liberazione nella Prigione”, promosso dal Centro Buddista Tibetano “Lama Tzong Khapa” di Pomaia.

Casa di Reclusione di Volterra: Corso di Yoga e Shiatzu proposto dall’Università delle Tre Età di Piombino, rivolta al settore detenuto Alta Sicurezza; 2 ore settimanali da Gennaio a Dicembre 2011 nella giornata di sabato; Luglio/Agosto 2011, uno o due incontri settimanali di un’ora e mezza. Corso di 1° livello sul “Metodo Reiki R.A.U.” Promosso dall’Associazione Reiki Amore Universale, rivolta al settore Alta e Media sicurezza; frequenza degli incontri ogni quindici giorni un’ora per reparto.

Casa Reclusione Porto Azzurro: Progetto di meditazione 2011 proposto dall’Associazione Dialogo rivolto a un numero max di 10 – 12 detenuti, il corso doveva partire nel febbraio del 2011 ma ha dovuto essere rinviato di qualche mese.

A puro titolo statistico e informativo riporto di seguito altre iniziative promosse all’interno di Istituti Penitenziari Italiani di cui sono per ora a conoscenza:

C.C. Enna: Progetto Yoga in carcere, presentato dall’International Inner Wheel di Enna. E promosso dal Centro Yoga Atman di Enna. Un’ora di lezione settimanale, nella giornata di sabato, da aprile le ore sono diventate due.

C.C. Roma Rebibbia: Progetto “Evadere dentro” organizzato da YogaFestival e Uips di Roma, il progetto prevede corsi di Yoga, Qi Gong, Tai Chi e Meditazioni.

Mi fermo qui per ora. Dopo l’estate, tornerò a fare il punto della situazione riportando anche qualche resoconto dell’andamento delle iniziative e della risposta dell’utenza in termini di frequenza e di effetti sulle condizioni psicofisiche sull’utenza.

Per inciso, e questa è una mia riflessione, l’energia si sta muovendo da sola, in modo spontaneo, naturale ma irresistibile nel far sì che quella che sembrava soltanto un’utopia, introdurre la meditazione in carcere, si sta espandendo e affermandosi, praticamente da se, come una bella realtà.

11.4.2011 - Sviluppi sulla Meditazione in Carcere

Dopo il preconvegno, che si è tenuto nell'ottobre del 2010, nell'Istituto di Sollicciano, non ci sono stati ulteriori sviluppi, per cui il convegno che si intendeva organizzare nella primavera di quest'anno, non si farà. I motivi che hanno suggerito questa scelta sono diversi: mancanza di materiale esperenziale sufficiente per poter proporre in modo ufficiale l'attività meditativa come elemento del trattamento; adesione poco convinta dei fautori dell'iniziativa, alcuni dei quali si sono "persi per strada" altri si sono "defilati" per impegni personali e problemi vari; nella sostanza non sono maturi i tempi. Per cui, si è deciso che sarebbe stato molto poco costruttivo perdersi dietro alle riunioni, e quindi continuare a "parlarsi addosso", e molto meglio, invece, concretizzare gli interventi all'interno delle strutture penitenziarie. Di qui l'avvio di tutta una serie di iniziative con l'ausilio di associazioni e di operatori utilizzando non solo tecniche di meditazione e yoga ma allargando la tipologia delle disicipline anche a quelle che non sono state ancora ulitizzate in questo contesto. Nell'istituto penitenziario di Firenze, in particolare, stiamo portando avanti un progetto di yoga e meditazione, rivolto ai ristretti tossicodipendenti, progetto iniziato in collaborazione con l'Accademia Ayurvedica di Firenze dal gennaio al marzo 2011 e proseguito, dalla metà di marzo in poi, in collaborazione con il Centro Drumayoga, sempre di Firenze, collegato al Centro Tibetano Lama Tzong Khapa di Pomaia. Un altra inziativa, sempre con il settore tossici, è stata portata avanti dall'Associazione Pantaguel di Firenze, denominata "Incontri di Ascolto Interiore con l'uso dei colori". Infine il progetto indirizzato al settore "protetti", denominato "Percorso di Cosapevolezza" tecniche basate sulla condivisione di gruppo. Affianco a questi progetti si sta attivando un percorso informativo per l'utenza, attraverso la diffusione di riviste olistiche: si sono individuate, per ora, "Spirito Libero" perodico lunare di cultura e conoscenza e "Oshotime" la nota rivista che diffonde il messaggio della meditazione come via per la conoscenza di se. Per entrambe, però, è sorto il problema economico della distribuzione in quantità sufficiente per raggiungere il maggior numero si utenti. Per la seconda si momentaneamente ovviato mettendo a disposizione le riviste mensili, già lette, cui lo scrivente è abbonato, più un certo numero di arretrati che la casa editrice Oshoba ha gentilmente messo a disposizione dietro nostra richiesta. Si sta per il futuro, ipotizzando, per entrambe, la possibilità di attivare un abbonamento con l'ausilio di fondi messi a disposizione dalle associazioni di volontariato che operano nella struttura. E' fondamentale che questa iniziativa vada in porto, perchè l'utenza ha già espresso la volontà, di scrivere degli articoli sulle stesse riviste, in relazione ovviamente agli argomenti trattati. Altro elemento che nel frattempo stiamo curando, è la modalità di collegamento sinergico delle iniziative che si sono attivate nei vari Istituti della Toscana, che finora si sono sviluppate in modo disorganico e scollegato. La gran parte della inziative in campo sono state curate e attivate dal già citato Centro Tibetano di Pomaia. Con gli operatori di quel centro e con i responsabili delle iniziative trattamentali dei vari istituti stiamo ora lavorando per formare una rete di collegamento al fine di avere un quadro completo e dettagliato della attività. Infine sono al vaglio nuove proposte di operatori del benessere psicofisico che hanno espresso la volontà di lavorare all’interno delle strutture penitenziarie portando la loro conoscenza e la loro esperienza in campo olistico. Passando a illustrare alcuni dati c’è da dire che dopo una non facile indagine tra i vari Istituti della Toscana abbiamo un quadro riassuntivo delle iniziative che sono così strutturate: - Intervento all’Istituto di Massa, a cura del Centro Tibetano Lama Tzong Khapa, Progetto Liberazione nella Prigione, due operatrici, che si alternano con tecniche diverse, rilassamento e meditazioni zen, qi gong, e testi da leggere per la durata complessica di due ore. - Intervento alla Casa di Reclusione di Gorgona, a cura sempre del Centro Tibetano, anche qui due operatori, tecniche utilizzate, yoga, pranayama, meditazioni. - Intervento alla Casa di Reclusione di Volterra, a cura dell’Associazione Unitre corsi di Shatzu e Yoga; a cura invece dell’Ass. R.A.U. corso di Reiki. -Intervento alla Casa di Reclusione di Porto Azzurro, Meditazioni guidate, a cura di un assistente volotaria dell’Ass. Dialogo. Per gli altri Istituti siamo in attesa di notizie.

10.7.2010 - Incontro a Pomaia Centro Lama Tzong Kapa

Sono stato a Pomaia all'incontro con i volontari buddhisti che stanno operando all'interno degli Istituti di pena per raccogliere le loro testimonianze e portare la mia.
E' stato un incontro proficuo con scambio di riflessioni e di sensazioni spesso condivise, le dinamiche emerse dal contatto con gli ambienti carcerari e con i detenuti si sono rivelate molto simili per tutti gli operatori presenti.
Quello che è emerso su tutto è che il percorso meditativo è un elemento molto importante per affrontare le problematiche che scaturiscono nelle persone private della libertà; altra cosa importante si è rivelata l'opportunità di allargare l'iniziativa anche agli operatori della sicurezza. A tale riguardo è stato molto interessante l'intervento di un'operatrice del Centro Ewam di Firenze, Valentina Dolara, promotrice di 16 linee guida e formatrice del personale penitenziario, che ha lavorato in passato e lavorerà ancora con l'istituto dei minori, la stessa ha riferito che sono stati effettuati degli interventi di formazione del personale e di applicazione di metodologie antistress e di gestione del disagio e delle emozioni nei confronti della Polpen e degli educatori oltre che della Direzione dell'istituto.
Questo tipo di intervento, definito fondamentalmente laico e scientifico, ha fatto breccia attirando l'attenzione delle istituzioni tant'è vero che per il prossimo anno ci sono richieste anche in altre regioni limitrofe alla Toscana. Con questo operatore sono rimasto in contatto perchè mi sembra la persona in grado di agganciare questo progetto alle sedi istituzionali che contano ai fini delle diffusione dell'iniziativa stessa. La formulazione "laica" e "scientifica" sembra consentire una maggiore apertura verso le istituzioni cui far seguire a traino quella più specifica e dedicata quali sono le varie forme di meditazioni esistenti.
Sono in attesa di poter raccogliere la sintesi degli interventi fatti in quella sede, interventi che sono stati tutti registrati.